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domenica 24 marzo 2013

24 marzo 1944 MASSACRO FOSSE ARDEATINE




E' successo a Roma in via Rasella, il 23 marzo del '44 una bomba esplode come avvertimento contro gli invasori tedeschi da parte della Resistenza italiana . 
Automaticamente scatta la rappresaglia nazista...  Per ogni tedesco ucciso  verranno uccisi 10 italiani a scelta tra i detenuti politici e non del Regina Coeli e del carcere di via Tasso.
Herbert Kappler il comandante delle SS stila la lista delle vittime che dal carcere arriveranno alle cave di Pozzolana 

Arrivano in 4 camion  più un furgone della croce rossa, si trascinano, alcuni sono feriti ché hanno appena finito di torturarli. I tedeschi li spingono nella cava subito seguiti dalle bombe a mano che  i soldati incominciano a lanciare,
Si può immaginare che non tutti siano morti subito ma vengono tutti sepolti con più cariche di esplosivo.


SOMMARIO DELL'INCIDENTE DEL 23 MARZO 1944   da  www.romacivica.net
in questa pagina sono riportati documenti relativi al processo Kappler che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS tedesche, tratti dal sito dell'associazione Miriam Novitch 



Dall'allegate dichiarazioni ed altre relazioni il seguente sommario della versione dell'incidente del 23 marzo 1944 così si presenta:
 1) si era osservato che una colonna della polizia tedesca completamente armata passava regolarmente lungo la via Rasella, e nei due giorni precedenti il 23 marzo la località era stata ben studiata dalla G.AP. (Gruppo dell'Azione patriottica del Comitato di liberazione nazionale) ed era stato completato un piano per sincronizzarlo con il tempo che la colonna impiegava per passare.
2) alle 14 del 23 marzo 1944 una cassa di acciaio degli utensili caricata con 12 chili di esplosivo fu messa su un carro di uno spazzino. Intorno furono sistemati altri sei kg. d'esplosivo, mescolati (o messi in infusione?). Doveva scoppiare per accensione con un fuso di circa un minuto. II carretto fu collocato nel centro della strada. Come parte dei preparativi un servizio di osservazione fu messo lungo la strada dove la colonna doveva passare per giungere a Via Rasella. Quando i tedeschi si furono inoltrati di poche yards (3 piedi e 36 pollici) lungo la Via Rasella un compagno si tolse il cappello. Ouesto era il segnale accordato per accendere il fuso. Un altro compagno, travestito da spazzino, accese il fuso e mise il cappello sul carretto per segnalare che tutto era in ordine; che l'esplosione si sarebbe avuta in un minuto e che gli altri compagni stabiliti per l'attacco diretto si potevano preparare.
Allora egli si recò in Via Quattro Fontane, dove una compagna lo attendeva e gli diede un impermeabile per nascondere I'uniforme da spazzino. Aveva appena girato l'angolo della suddetta strada quando ebbe luogo l'esplosione. In quel momento la colonna tedesca si trovava proprio di fronte al carretto. I nazisti della retroguardia si ritrovarono verso la parte più bassa della strada, ma in Via del Boccaccio nel punto che conduce a Via dei Giardini essi furono attaccati da bombe a mano. Queste erano bombe da mortaio "85" modificate con un fuso di 4-5 secondi.
 3) Quelli caricati da questo secondo attacco si ritirarono in buon ordine ed evidentemente sfuggirono seri incidenti.
 4) L'uomo travestito da spazzino municipale che accese il fuso era Rosario Bentivegna uno studente universitario di ventitré anni e membro della GAP.
 5) Subito dopo arrivarono sulla scena alti ufficiali con soldati della "Nembo", "Barbarigo", battaglioni "Roma o Morte" soldati della squadra del Luogotenente Kock, e della milizia, agenti di P.S., della Reale Guardia di Finanza e della PAI.
 6) Alcuni dei presenti erano: Generale Maeltzer del Comando tedesco di Roma, Dolmann Colonnello delle SS, Köller Luogotenente delle SS, Matxke Maresciallo delle SS, Luogotenente Rauch delle SS, Col. Kappler Maggiore Hass, Cap. Schütz, Cap. Clemens, Cap. Priebke, Maresciallo Bodensterh, Maresciallo Wesemann, Generale Presti del comando della città aperta di Roma Generale Catardi, il , il Vice Capo della Polizia Cerru, il segretario del Partito Pizzirani col suo segretario Serafini, il generale della Milizia Ortona, il capitano del Battaglione Nembo Alvino, il luogotenente De Mauro delle SS italiane, I'agente della questura e delle SS Bernasconi, il luogotenente Molesani e il geometra Brega (entrambi addetti alla Federazione fascista di Roma) il comandante del comando divisionale della Polizia, Col. Radogna, il Magg. Albanesi e il Cap. Gandolo della polizia, il Magg. Zambardino dell'esercito, il comandante del G.R. Palnici, il Comm. Pastori, il luogotenente Barbera, il Commissario Borolo, il Cav. Carmelo e il Magg. Cremonesi (vero nome Mario Imola).
 7) Vi erano trentadue morti tedeschi adagiati in fila da un lato della strada e due morti italiani, un uomo e un bambino di circa 10 o 12 anni. Di questi poco o niente si erano preoccupati per un considerevole periodo di tempo.
 8) Soldati tedeschi, fascisti e militari della Barbarigo e della Nembo entrarono nelle case di Via Rasella conducendo fuori Cinquanta, attraverso una richiesta scritta di Caruso, tra i funzionari politici che dipendevano dalla polizia fascista, e settanta fra le pesone arrestate come conseguenza degli eventi della sera precedente. Appare che (o sembra che?) Dolmann e Kappler decisero quali dovessero essere scelti da Via Tasso e che Caruso compilò segretamente la lista con I'aiuto dei suddetti (Dolmann e Kappler). Tutti i prigionieri scelti erano estranei all'incidente della sera precedente. 
Per timore di reazione da parte dei partigiani, i tedeschi sparsero la notizia che i prigionieri presi dal terzo braccio di Regina Coeli erano stati scelti per lavoro; mentre la questura fece credere che i cinquanta prigionieri politici dovevano essere liberati e più tardi che dovevano essere consegnati ai tedeschi e mandati al Nord. Di conseguenza il denaro e gli oggetti personali furono consegnati regolarmente ai cinquanta prigionieri con la loro liberazione. L'esecuzione ebbe luogo il 24 marzo alle Fosse Ardeatine e fu diretta dal Comandante delle SS, Dolmann. 
II Maggiore Zambardino ottenne una lista delle persone uccise ma il Ten. Col. Gaetano degli Agenti di P.S. la ritenne incompleta.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste - Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell'ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d'ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un'occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I'elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell'organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall'infermiere tedesco, un certo Willy (anch'esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l'elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l'usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

 Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

 II gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d'ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell'età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell'ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l'aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

 Intanto dalla cella vicino alla mia, 297, la moglie di Genserico Fontana, aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Ciò ci tranquillizzò in parte, perché le era stato assicurato che tutti andavano a lavorare.
Fu fatto un primo appello degli ariani. Poi I'ufficiale delle SS in borghese passò a fare I'appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I'allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I'ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I'appello, la SS domandò: Se c'è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d'uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I'appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell'udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l'imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all'inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell'età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I'appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I'avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini.

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l'elenco dei "partiti" in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell'infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d'accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.